Il valore della procedura

Totò, Vota AntonioCiò che la democrazia proceduralista ci garantisce è la possibilità di cambiare idea: qui sta la nostra libertà politica. Dobbiamo quindi difendere la distinzione tra sfera della conoscenza e sfera della decisione politica: in questa distinzione sta la nostra libertà politica e il senso del suffragio come fondamento di legittimità.

Intervista a Nadia Urbinati, docente di Teoria politica alla Columbia University di New York

Sembra che le democrazie parlamentari siano in crisi, che non siano più adeguate ai compiti dell’oggi.
La sfiducia nella democrazia parlamentare non è una novità e ritorna periodicamente.
Lo si vede oggi in Italia, un paese che è un permanente laboratorio, dove tutto quello che succede in Europa è anticipato e ingigantito: una reazione di scetticismo e quasi fastidio per i sistemi parlamentari spesso denotati con disprezzo come “democrazie assemblearistiche”; lo scopo è di avviare una ristrutturazione del sistema istituzionale in senso apicale, esecutivista. Le critiche alla democrazia parlamentare sono nate con essa, a partire dal Settecento. Ricordiamo che la democrazia rappresentativa ha fondato la legittimità del sistema decisionale sul consenso per via elettorale e sulla centralità dell’assemblea rappresentativa (il bicameralismo è stato adottato a preventiva correzione dei rischi di maggioritarismo) la quale si pensava dovesse filtrare gli interessi e le idee della società per rappresentarli nelle istituzioni e formare una maggioranza. La lotta per estendere e contenere la partecipazione, a partire dal Settecento, si è svolta sul terreno del suffragio e della rappresentanza, ovvero del Parlamento e anche oggi torna a fondarsi sul rapporto tra esecutivo o legislativo, poiché nella democrazia parlamentare il primo è espressione (e quindi dipendente) del secondo. Ora, in un sistema che si basa sul consenso elettorale, la lotta sul suffragio (la sua estensione, ma anche l’intensità rappresentativa e la rispondenza del sistema elettorale rispetto al pluralismo delle opinioni e degli interessi) è al centro della politica democratica. Dalla rivoluzione parigina del 1830 in poi, abbiamo assistito a periodiche rivoluzioni o rivolte per l’estensione del suffragio (memorabile quella inglese del 1832) e contro i vari tentativi di limitarlo fondandolo per esempio sulla proprietà o sull’alfabetizzazione. Infine, una volta ottenuto il suffragio universale, le dispute si sono spostate sulle forme della rappresentanza, sul problema se si vota per formare una maggioranza o anche per essere rappresentati.
Diciamo che è possibile fare la storia europea di duecentocinquant’anni di democratizzazione considerando i destini che il Parlamento, o le democrazie parlamentari, hanno registrato.

L’ultimo grande attacco al sistema parlamentare è avvenuto col fascismo…
Mussolini disprezzava il Parlamento (lo chiamava bivacco) così come gli autoritari che in quegli anni in altri paesi europei (la Germania in primo luogo) accusavano il governo liberale di fare dello Stato un luogo di trattativa e di mediazione. Né Mussolini né i suoi contemporanei autoritari volevano eliminare il Parlamento tuttavia. Ciò che volevano era invece trasformarlo in un’assemblea-megafono del leader, una cassa di risonanza plebiscitaria del capo dell’esecutivo. Per far questo, i fascisti trasformarono la rappresentanza da individuale (o dei cittadini) a corporativa. Il Parlamento divenne il luogo delle corporazioni, non più arena di lotta tra maggioranza e opposizione e anche di trattativa tra partiti per determinare la maggioranza su una legge o una proposta; diventò invece la sede di rappresentanza degli interessi corporativi (agrari, artigiani, industriali, burocratici), il luogo dove i conflitti erano ricomposti e la società partecipava al governo politico con armonica e indotta unanimità. La propaganda faceva il resto: mobilitava i sudditi illudendoli di essere i veri protagonisti della politica, senza più distinzioni ideologiche e politiche.
La nazione-una, fatta di corporazioni e con un leader che tutti univa e rappresentava. La “massa” era il popolo sovrano, non i cittadini con diritto di voto, liberi, nella segretezza dell’urna, di scegliere chi eleggere. Il fascismo trasformò il voto in plebiscito e il parlamento in sede delle corporazioni sociali. Rese così l’esecutivo libero da lacci e controlli della rappresentanza politica.
La rinascita della democrazia dopo la Seconda guerra mondiale ristabilì e riorganizzò la democrazia parlamentare, questa volta su una base sicura di suffragio universale, libertà di associazione e opinione, ovvero pluralismo partitico: il suffragio divenne finalmente un diritto fondamentale, dissociato dagli interessi (proprietà) e dalle capacità individuali (alfabetizzazione) e associato ai diritti civili, espressione della libera volontà di partecipare alla formazione del consenso senza timori di essere repressi o subire violenza per sostenere pubblicamente opinioni contrarie a quella della maggioranza. Per la prima volta la democrazia venne reinterpretata non semplicisticamente come il potere della maggioranza, ma come dialettica di maggioranza e minoranza, nella quale la minoranza politica era parte fondamentale della composizione del consenso, non un’appendice di disturbo. Dal diritto di voto presero corpo dunque sia i poteri dello Stato sia la difesa dei diritti civili: la democrazia conteneva in se stessa le condizioni per la sua limitazione, ovvero per la limitazione del potere della maggioranza. Nei paesi che ebbero il fascismo, l’opzione parlamentare, contro quella presidenziale, sembrò un corollario di libertà più sicuro.
Oggi la critica alla democrazia si presenta come critica al sistema parlamentare e propensione al presidenzialismo, più o meno esplicito. Si ritorna per esempio a riflettere su quanto scrivevano Max Weber e Carl Schmitt contro il governo parlamentare come governo burocratizzato dei partiti, dominio delle oligarchie, cinghia di trasmissione dei poteri dei partiti dentro lo Stato, fine della politica e sua sostituzione con il lobbismo. Se non che questa critica viene attualizzata per rispondere alle sfide del nostro tempo, innanzitutto a quella dell’economia finanziaria, che ha con nemmeno troppi veli messo a tacere i sostenitori della democrazia parlamentare con l’argomento per cui questa sarebbe incapace di prendere decisioni buone, efficaci, giuste e celeri. Quindi, prima del fascismo la critica era di essere incapace di mantenere la pace sociale, perché la rappresentanza parlamentare scatenava le lotte fra partiti fuori e dentro le istituzioni, dilaceravano la società senza riuscire a creare un consenso nazionale armonioso. Oggi il problema non è il conflitto sociale, ma l’efficacia e la celerità delle decisioni. E in nome di tale efficacia assistiamo, soprattutto laddove c’è una democrazia parlamentare come in Italia, a proposte volte a traghettare il sistema verso una forma presidenziale o semi-presidenziale dove il Parlamento svolge più un ruolo di supporto della maggioranza che governa che di controllo.

Ma anche a livello teorico, per quel che riguarda la teoria della democrazia, si è fatta avanti la critica al parlamentarismo.
Non solo, assistiamo a una riconsiderazione del ruolo della deliberazione nei corpi collettivi come appunto il Parlamento. Pensiamo allo sviluppo della teoria deliberativa della democrazia in senso epistemico, per cui la decisione collettiva, e quindi le procedure che la regolano, deve essere misurata in base agli esiti, che saranno buoni e giusti se le procedure sono giuste e gli attori messi nella condizione di usarle. Quindi la bontà del sistema democratico non viene più giudicata dal fatto di consentire a tutti di esprimere la propria opinione e di partecipare politicamente, come liberi ed eguali, alla costruzione del consenso e delle decisioni, indirettamente o direttamente, né in quanto garante della libertà e della pace sociale insieme. Torna a prevalere una visione strumentale delle procedure che contesta la tradizione proceduralista classica, la quale, da Kelsen a Bobbio, aveva insegnato a valutare le procedure in ragione del processo politico stesso che rendevano possibile e non per la bontà delle decisioni. Le procedure ci danno non solo la garanzia della pace -noi ci combattiamo con i voti e quando perdiamo accettiamo di obbedire alle leggi che farà chi ha vinto perché oltre a confidare nel controllo di costituzionalità, ci fidiamo del fatto che coloro che oggi hanno la maggioranza accetteranno di andare domani all’opposizione; ma con questo sistema che consente il ricambio pacifico della maggioranza sappiamo che tutti noi, maggioranza e opposizione, stiamo sempre nel gioco, e questa è la misura della nostra libertà. Anche le idee che non godono dell’opinione della maggioranza possono avere un potere di trattativa, possono essere ascoltate e magari cambiare la maggioranza. Quindi pace e libertà insieme.
Il sistema procedurale è buono perché rispetta il principio fondamentale democratico per cui tutti i cittadini sono uguali in potere politico. Questa è la bontà della democrazia, non per le decisioni che produce, perché le decisioni possono essere non buone, ma è buono il modo come noi le otteniamo e il fatto che possono essere sempre riviste. La bontà sta nella sua capacità di emendarsi.

Quindi si vuol ridurre la procedura democratica allo strumento di una qualche verità?
Sì, le attuali concezioni si dicono epistemiche proprio perché valutano le procedure in rapporto alla verità delle decisioni e alla capacità epistemica degli attori. Sembrano nate dall’interno della teoria habermasiana, non perché Habermas sia d’accordo con questa lettura (non lo è) ma perché nella sua lettura delle procedure democratiche si trova un elemento di razionalismo che spinge la decisione (quando fatta secondo le condizioni di reciprocità, autonomia e rispetto) verso un esito consensuale, rispetto al quale la decisione a maggioranza appare come un ripiego. Se abbiamo infatti bisogno di decidere a maggioranza, Habermas ci insegna, è perché le nostre condizioni sociali di potere non sono ancora eguali abbastanza da renderci capaci di vedere le questioni pubbliche da un punto di vista davvero giusto e imparziale, ovvero non subalterno agli interessi ineguali. Oggi, nella teoria epistemica questo corollario del consenso si riaffaccia con l’argomento secondo il quale la gente (la massa) ha la competenza necessaria per giungere a decisioni vere: a questo servono le procedure democratiche. La bontà della democrazia si misura non sul conflitto non violento o la libertà, ma sulla competenza dei cittadini ai quali viene trasferita la capacità del filosofo. I teorici della democrazia epistemica sostengono di essere in perfetta sintonia con la democrazia, perché non tolgono la competenza alle persone ordinarie, ma gliela danno. La competenza può essere dei molti se buone procedure li guidano. In realtà noi sappiamo che se si misura la competenza sulla taglia del filosofo, allora noi stabiliamo che la verità è il punto di riferimento per giudicare le decisioni democratiche; e la verità è tale a priori, non già per questa o quella decisione. Invece il punto di riferimento della democrazia è immanente: sta dentro il processo di decisione, anche perché chi ha l’autorità di decretare la verità ha anche la sovranità.
In secondo luogo si critica il proceduralismo politico in quanto nichilista, agnostico, quindi relativista, perché non ci dice a che cosa dobbiamo aspirare o che cosa dobbiamo volere, ma solo come dobbiamo operare per decidere, in modo da consentirci di cambiare decisione, se lo vogliamo. Le concezioni epistemiche sono tutte a favore del “che cosa”, non si accontentano del “come”. Il come da solo, senza lo scopo, sarebbe relativismo.
In questi anni l’accusa alla democrazia procedurale di essere relativista è stata del resto molto corposa, e non solo tra i teorici epistemici. Pensiamo al dibattito aperto da Ratzinger con Habermas: il papa sosteneva che la democrazia ha valore se viene sostanziata da principi altri dalla democrazia medesima, trascendenti la deliberazione stessa; altrimenti, da sola, è poca cosa. La democrazia, concludeva l’ex-papa, non ha valore in sé a meno che non si faccia della procedura un valore, e in questo caso la democrazia è una cosa deleteria, perché ci porta al relativismo dei valori in quanto ogni decisione è reversibile e ogni ‘valore’ è traducibile in opinione. Quindi, per questi critici, la democrazia è un puro strumento, i principi stanno fuori e, casomai, ce li dà la religione oppure la filosofia; teologia ed episteme sono alleate nella critica alla democrazia procedurale pura. In entrambi i casi a essere messa in discussione è proprio l’autonomia sovrana dei cittadini, il primato della sovranità nel suffragio -infatti, se è vero che il sovrano è colui che decide e se è vero che la decisione sul “valore” è precedente alla decisione politica, se sappiamo in anticipo qual è il contenuto giusto o vero a cui tendere, beh, lì sta la sovranità.
A noi cittadini spetta di metterla in azione con la nostra decisione, operando secondo un processo che non è più completamente aperto al pluralismo delle opinioni e nel quale i cittadini non sono più aperti a cambiare le loro idee, ma semmai a cambiare quelle degli altri, se non collimano con le proprie verità. In questo contesto di sovranità della verità, più che di persuasione si dovrebbe parlare di proselitismo. Chiamo questa una visione platonica della democrazia, molto pericolosa per la tolleranza e la libertà individuale.
Dunque, malgrado questi teorici sviluppino la loro visione nel nome della legittimità democratica e dell’autorità democratica, essi finiscono per svalutare proprio quel che è il valore della democrazia: la procedura democratica, rendendola strumentale a qualcosa d’altro che sta fuori o sopra di essa. Con questo strumentalismo, il valore della decisione passa dal processo al risultato. Il processo diventa meccanico e senza valore in sé. E invece, la democrazia è il suo processo. Pertanto, coloro che sostengono di voler nobilitare la democrazia facendone un processo verso il vero, mettono il valore della democrazia laddove la democrazia non c’è già più, cioè nella verità. Che bisogno ci sarà di essa nell’ipotesi che la verità sia raggiunta?

Non puoi votare su una verità accertata…
Mi sembra che abbia poco senso -e ne avrebbe poco anche se la verità non fosse ancora accertata, ma comunque un obiettivo prevedibilmente raggiungibile. Ci rifiuteremmo di votare su una verità accertata. Che senso ha votare sul sistema newtoniano? Una volta ottenuta la mettiamo in deposito, non la discutiamo più, semmai ce ne serviamo nella realizzazione pratica, diventa cioè oggetto di tecnologia, di amministrazione, o anche di burocrazia. Ma se è vero che la democrazia è un sistema permanente di revisione di decisioni prese, ciò confligge con l’idea che il processo politico assomigli a un processo epistemico; in questo caso, infatti, si dovrebbe prevedere una specie di selezione, di scrematura progressiva di quello che non è ancora verità accertata. E come si fa a decidere che un percorso decisionale è per sempre concluso? Queste sono aporie di fronte alle quali si trova chi pensa che sia possibile applicare alle procedure di decisione la stessa metodologia operativa nell’ambito epistemico-scientifico. Quando molti scienziati sono alla ricerca della soluzione di un problema X, essi cooperano per risolverlo. Ma, attenzione: quando la soluzione a quel problema X viene trovata, tutti l’accettano, senza più discutere. Nella politica non è così; neppure quando si giunge a una decisione per unanime consenso abbiamo la certezza che l’unanimità persista anche domani. Oggi siamo tutti d’accordo, ma domani? E che cosa succede se dall’unanimità passiamo al disaccordo? In democrazia non ci si inginocchia mai di fronte alla verità, e il disaccordo è previsto. La democrazia proceduralista viene accusata di essere relativista: ma l’accusa è sbagliata perché ciò che essa ci garantisce è la possibilità di cambiare idea: qui sta la nostra libertà politica. Dobbiamo quindi difendere la distinzione tra sfera della conoscenza e sfera della decisione politica: in questa distinzione sta la nostra libertà politica e il senso del suffragio come fondamento di legittimità.

Abbiamo parlato delle tendenze anti-parlamentaristiche nella teoria. In politica?
In aggiunta a queste obiezioni nel nome della verità o correttezza, dobbiamo menzionare anche quelle che provengono da correnti più politiche; ne menziono due, una di tipo populista, l’altra di tipo plebiscitario. Quella populista (nell’intento di risolvere o contrastare la cacofonia delle democrazie parlamentari e il pluralismo dei partiti, cioè di arginare la frammentazione della volontà del popolo in tanti rivoli, con il conflitto degli interessi, eccetera, eccetera) rivaluta il momento corale, unitario del popolo. Intendiamoci, questo è stato sempre un problema serio per le democrazie parlamentari o rappresentative, perché da un lato affermano che esiste un’unità -il popolo sovrano-, ma dall’altro lato presuppongono che questo popolo sovrano sia fatto di cittadini che hanno diversi interessi e ideologie. Quindi, l’elettore è uno, ma i cittadini sono vari. Noi siamo elettori e cittadini. Come elettori siamo tutti identici, perché il nostro voto vale uno; come cittadini siamo diversi, portatori di opposti interessi, idee, eccetera.
Questa diversità entra facilmente in collisione con quella unanimità di popolo, soprattutto quando le condizioni della differenza sono radicali come in una crisi economica: nel voto, gli elettori mettono in risalto la loro diversità. Qui sta il cuore della democrazia proceduralista contro cui la visione populista si ribella. La concezione liberale, pluralista, conflittualista della democrazia, secondo il populismo, snatura il senso dell’unità di popolo dove risiede la sovranità. Quindi, mentre per la democrazia rappresentativa, la politica è socialmente scorporata e il popolo è una finzione giuridica, i populisti intendono dare a questa finzione un corpo vero, fisico. Come? Attraverso un’ideologia egemonica capace di unire il popolo tutto, magari nella figura di un leader; capace di interpretare i vari interessi in modo che siano in effetti una sola narrazione. Il migliore esempio di questa lettura di unità egemonica dell’ideologia del popolo è il libro di Ernesto Laclau sulla “ragione populista”. Laclau, analizzando i casi di Peron, di Chavez e di altri leader populisti, individua un’ideologia costruita in contrapposizione a un nemico (spesso la minoranza dentro il popolo), capace di unire tutti. Nel caso del Venezuela, ad esempio, a unire può essere stata la lotta contro l’imperialismo americano. Secondo Laclau questo deve essere il compito della politica: costruire l’unità di popolo.
L’altra corrente di critica della democrazia rappresentativa è quella plebiscitaria, che parte dal presupposto, comune al fondo a tutte le critiche del parlamentarismo, che il popolo tutto non abbia alcuna capacità di decisione. Pensiamo a Schumpeter. Noi siamo come cittadini incapaci e incompetenti e quindi abbiamo bisogno di un sistema che ci faccia eleggere una classe dirigente. È possibile tradurre questa concezione strumentale ed elitista in una concezione plebiscitaria che, mentre attribuisce ai pochi eletti il potere di decidere, assegna all’occhio popolare il potere di controllare. I sistemi informatici e di informazione di massa consentono la formazione di un nuovo popolo che è il “pubblico”, un occhio che guarda e che giudica stando fuori del gioco fatto invece di elettori. Così la politica diventa come un teatro dove i (pochi) politici si mostrano e mettono in scena le loro lotte davanti al pubblico, il quale, come un occhio imparziale perché esterno all’arena, giudica e sceglie. La nostra funzione cambia: noi siamo fuori della scena della politica, non facciamo più intervento politico, non siamo più attori di una cittadinanza che rivendica più partecipazione; cade qui l’idea che la decisione debba essere in mano al sovrano democratico, i cittadini, che diventano soprattutto cittadini spettatori, attori della visione. Guardano e giudicano. Una massa che osserva e non reclama di voler fare; una massa che segue, che dà il suo parere a un leader, sì o no, come, appunto, in un plebiscito o… nelle primarie del Pd.
Ebbene, tutte e tre queste concezioni, quella fondata sulla verità e la competenza, quella fondata sull’unità di popolo, quella che suggerisce l’azione pubblica come visione, pure diversissime fra loro, hanno in comune la convinzione che il Parlamento, come più in generale la rappresentanza democratica, non sia più il centro della politica; e inoltre che la politica parlamentare sia vile, litigiosa e in permanente revisione, luogo di instabilità aperto alla trattativa, dove tutto può farsi corruttibile (al contrario del vero, del popolo uno, del popolo che sta fuori della contesa e solo guarda).

Ma sono anche i momenti di crisi, economica e sociale, a mettere in difficoltà i parlamenti democratici?
Certamente, anche se prende piede fin dai primi anni Settanta con gli economisti neoliberali, Hayek in testa, la critica alla democrazia procedurale, come democrazia di liberi e uguali, trova terreno fertile in periodi di crisi economica profonda, che vedono gli stati democratici arrancare senza prendere decisioni soddisfacenti. Ma chiediamoci: quali decisioni dovrebbero prendere in relazione alle quali sono giudicate incompetenti? Presumibilmente decisioni che sono buone, o comunque utili e funzionali, solo per i pochi e non per la maggioranza: decisioni che sono già definite come buone prima che vengano discusse e che sarebbe desiderabile che l’assemblea parlamentare prenda in fretta e senza troppo mediare. È chiaro che le democrazie, se non sono oligarchie, difficilmente possono prendere decisioni contro i molti, a meno che non facciano credere ai molti che sono le sole decisioni vere o giuste. Come fa un partito ad andare a dire ai suoi, e farsi anche votare: “Abbiamo bisogno di tagliare risorse agli ospedali, alle scuole, non ci sono più soldi; vi chiediamo i voti per prendere decisioni che vi danneggiano”. Come fa? Nessun partito può ragionevolmente fare la campagna elettorale con questi argomenti. Per vincere su decisioni che andrebbero in direzione contraria alle esigenze della maggioranza è necessario demolire dall’interno il valore della democrazia e cominciare a far credere che il sistema parlamentare non è funzionale, che sarebbe meglio un sistema più verticistico, col quale, sempre beninteso in nome di interessi superiori, far accettare bocconi amari e indigesti ai molti. Un sistema che non obbliga la decisione a passare attraverso i parlamenti, che dovrebbero, semmai, dare il loro assenso a decisioni prese da esperti. Il Parlamento comincia così ad acquistare una funzione diversa: di sostegno e di cassa di risonanza del lavoro dell’esecutivo. Questo probabilmente è ciò che sta avvenendo oggi. D’altra parte è pure logico: se il sistema economico è indirizzato verso la soddisfazione di un numero ristretto di persone, il sistema politico dovrà, prima o poi, adeguarsi a questo.
Avete letto il documento diramato dalla J.P. Morgan, questa grande corporation finanziaria, in marzo o aprile dell’anno scorso? È un documento in cui si dice che i sistemi parlamentari democratici, costruiti soprattutto in quei paesi che hanno avuto il fascismo, oggi non funzionano più e, finito il fascismo, non hanno più senso di esistere. J.P. Morgan ci chiede di abbandonare la forma parlamentare per ridare centralità all’esecutivo.
Ora, tutte le proposte in campo, anche nel nostro paese, vanno nel senso del rafforzamento dell’esecutivo a scapito del parlamento, considerato una cacofonica palla al piede. Ma questo è pure un riconoscimento dell’impotenza della politica, perché la politica vuole mediazioni, compromessi, coalizioni e non si vergogna di essere cacofonica.

Quindi si imporranno ovunque democrazie presidenziali?
Anche qui bisogna intendersi: “democrazia presidenziale” è un’espressione che può fuorviare in quanto il presidente sta comunque insieme al Parlamento. Ciò che cambia è il rapporto di bilanciamento tra questi due poteri. Prendiamo il sistema americano: è stato costruito proprio perché le decisioni più radicali non potessero essere prese. È un sistema di bilanciamento che in casi di grandi dissensi premia l’immobilità.

Il sistema americano?
Certo, è un sistema di veti. Perché è così difficile prendere decisioni fondamentali? Perché i corpi che partecipano al potere legislativo -Congresso (Camera dei Rappresentanti e Senato) e Presidente- hanno ciascuno il diritto di bloccare l’altro e il risultato è che in questioni molto controverse prendere una decisione è difficile, se non impossibile, a meno che non riesca ad accontentare in qualche modo tutti gli attori in gara (per i Padri fondatori questo sistema di veti doveva essere una garanzia contro la tirannia della maggioranza). La riforma sanitaria di Obama ha richiesto un anno e mezzo e una serie di modifiche che l’hanno molto cambiata. In aggiunta, il presidenzialismo americano è situato in una cornice compiutamente federale, di un federalismo, oltretutto, competitivo, non solidaristico. Ecco dunque che mentre dall’esterno, il Presidente degli Stati Uniti appare come un Leviatano, all’interno il suo potere è relativamente contenuto e debole. Non è un caso che anche in quel paese ci siano oggi teorici del plebiscitarismo che vorrebbero avere un presidente più forte; per ottenere questo obbiettivo propongono che egli sia in un rapporto più diretto con l’audience così da recuperare nel popolo quella forza che il Congresso gli toglie.
In realtà in Italia non è questo il sistema presidenziale a cui si guarda, ma quello francese. Questo modello piace, perché Presidente e Parlamento sono cooperatori, non antagonisti. E poi perché il secondo turno costringerebbe a fare coalizioni, quindi creerebbe maggioranze forti con un riflesso diretto sull’esecutivo. Certo, ci sono stati casi di coabitazione, però, dopo la riforma che ha portato a cinque anni anche il mandato presidenziale, l’effetto di trascinamento è maggiore e il rischio di un Presidente che appartiene a un partito diverso da quello che ottiene la maggioranza all’Assemblea Nazionale è minore. Ma, attenzione, in Francia c’è qualcosa che noi non abbiamo. In Francia c’è “La France”, una religione civile, unitaria e nazionale, nella quale il popolo-uno, il popolo-re, è il fondamentale riferimento di tutti, un limite della stessa azione di governo. De Gaulle era il suo servente. Ma da noi? In Italia non abbiamo una sovranità popolare così forte e unitaria che faceva da contrappeso simbolico e reale a forti esecutivi. La nostra nazione, anzi il nostro popolo, è articolato e pluralista, passa per regioni e comuni; la stessa unità nazionale è un progetto mai compiuto. Il collettivo sovrano e l’etica della religione civile del popolo da noi sono stati progetti fascisti, non democratici. Se c’è in Italia una religione civile, è quella del Papa, cioè il cattolicesimo; ma dal punto di vista ideologico la sovranità politica è ancora un progetto; come tale, non avrebbe un potere deterrente sul potere di un presidente eletto direttamente dal popolo, il quale diventerebbe il potere del Capo con la sua maggioranza. Non sarebbe gaullismo, ma una forma di caudillismo, di autoritarismo.
È vero che il Parlamento italiano ha dato recentemente pessima prova di sé; è vero che bisognerebbe farlo funzionare meglio, rafforzarlo e non lasciarlo decadere fino a far gridare: “Guardate che schifo”. Non dobbiamo mai dimenticare che l’Italia ha avuto la sua più grande stagione di crescita sociale e culturale proprio durante l’età della democrazia parlamentare, a partire dal Dopoguerra. Ci sono stati problemi, ma c’è stata anche espansione e una rinascita, che ha coinciso con il pluralismo, la diversità, la competizione. Si ribatte ricordando il veto americano all’alternanza; certo, non abbiamo avuto alternanze ma invece un partito al governo per cinquant’anni; però il Parlamento era vivace, era un agone di grandi oratori. Era l’arena dove si manifestavano argomenti, si cimentavano grandi personalità, perché i partiti erano il luogo dove grandi personalità potevano emergere, dove si selezionava una vera “aristocrazia” non un “uomo solo” al comando. Adesso sembra di capire che siamo in fase monarchica, funzionale del resto a un sistema mediatico che fa emergere il mattatore, e un nugolo di cortigiani che fanno da contorno. Dopodiché, fra questi, è inevitabile che si scatenino competizioni, invidiette, arrivismi e sgomitamenti. Insomma, non competizione per un programma ma per meglio arrivare a Palazzo Chigi o a un ministero.

Intervista a cura di Gianni Saporetti a Nadia Urbinati (docente di Teoria politica alla Columbia University di New York) su «Una città», n. 210, febbraio 2014

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